Web e social network: i luoghi della propaganda politica
La propaganda politica non è un fenomeno nuovo. Fin dall’antichità, chi ha detenuto il potere se n’è sempre servito per promuovere e sostenere la “propria” causa. Da noi in Occidente, già più di 2.000 anni fa la propaganda ha svolto un ruolo centrale, per esempio nella lotta fra Ottaviano e Marco Aurelio per assurgere a Imperatore di Roma.
Più in qua nel tempo, l’importanza della funzione della propaganda come strumento di manipolazione delle masse è cresciuta in modo esponenziale. Dalla strategia propagandistica del regime fascista, fatta di slogan, film e cinegiornali autocelebrativi e materiali didattici costruiti ad hoc, fino alla narrazione perversa della realtà messa in atto con scienza e coscienza dagli attivisti della Jihad o – è questione di cronaca, purtroppo – a quelle esibite, tramite i più diversi media, tra i diversi attori protagonisti della disastrosa crisi russo-ucraina.
Lo scopo della propaganda è quello di diffondere un’informazione con l’obiettivo di indurre a specifici atteggiamenti e azioni. In sé e per sé, perciò, la propaganda, anche politica, non ha alcuna connotazione negativa a priori.
E tuttavia, com’è facile arguire, può diventare con estrema facilità il terreno privilegiato di produzione e sviluppo di informazioni false o fuorvianti, create non già per condividere una questione, ma per distorcerne la comprensione da parte del pubblico e promuovere una causa, un prodotto e/o una fazione politica.
La più grande differenza fra la diffusione di fantasiose narrazioni e fake news di oggi rispetto al passato, non è nei contenuti, ma nella portata. Il web, infatti, ha amplificato esponenzialmente il rischio della diffusione massiva di argomenti falsi e tendenziosi.
Consentendo il proliferare di ogni tipo di contenuto intellettuale praticamente senza filtri, in pochi anni la Rete è diventata un formidabile veicolo di idee e opinioni “pubbliche”, anche contrastanti, un’agorà dove il racconto della vicissitudine politica e delle notizie dell’attualità può essere strumentalmente distorto, ai fini di favorire una determinata percezione della realtà.
In rete, si sviluppa un ecosistema sociale interattivo dove non esistono forme d’intermediazione e (per fortuna, qui da noi in Europa) di “supervisione” dall’alto. Cosa che, se da un lato favorisce la libera espressione dei singoli utenti, dall’altro favorisce anche il libero esercizio della menzogna da parte di chi ha interesse ad alimentare narrazioni tendenziose e a fomentare paure di ogni ordine e grado. Nel “libero mercato” dell’opinione messo in atto dalla pubblicazione e condivisione on-line di ogni sorta di informazione e tematica, è molto facile che si inneschino delle contro-narrazioni del tutto prive di fondamento o verifica.
Senza entrare nel merito della difficile questione, l’esempio delle narrazioni “istituzionali” e delle contro-narrazioni antagoniste generate dalla Rete nel contesto della pandemia da Covid 19 danno contezza del fatto che l’ecosistema digitale del web è perfettamente (pericolosamente) in grado di produrre e suggerire verità apparenti che a volte incidono di più sull’opinione pubblica di quelle fattuali.
La valorizzazione del “consenso” a portata di clic come criterio di validazione di un’idea, spinge verso la massificazione del pensiero (verso il cosiddetto e famigerato “pensiero unico”), rafforzando la convinzione di essere nel giusto laddove ciò che diciamo e/o ciò che sposiamo è condiviso da una moltitudine di altri individui.
Confirmation bias ed echo chambers sono i luoghi virtuali che gli studiosi del fenomeno hanno individuato come gli spazi mentali nei quali tale dinamica tende a rafforzarsi: i pregiudizi di conferma ci spingono a ricercare prove a sostegno delle nostre teorie, per poi farci interagire soltanto con chi la pensa come noi. Gli algoritmi delle piattaforme social, come noto, sono in grado di leggere le nostre frequentazioni e scelte digitali, continuando a riproporre alla nostra attenzione contenuti simili a quelli che abbiamo già selezionato; ciò che ci stringe, spesso inavvertitamente, nel circolo vizioso della cosiddetta echo chamber auto-confermativa.
Se teniamo conto, inoltre, della enorme quantità di informazioni che ci vengono riversate in Rete e della nostra sempre più scarsa disponibilità ad attenzionarle, sia in senso qualitativo sia in senso quantitativo (di media, passiamo meno di 6 secondi su ogni singolo contenuto social sul quale ci soffermiamo), non possiamo non renderci conto di quanto sia semplice, oggi, “fare propaganda”. Mentre fino a un paio di decenni fa per muovere un’opinione in una direzione piuttosto che in un’altra, o per spostare un consenso, erano necessari apparati di comunicazione sofisticati e costosissimi, adesso basta un qualsiasi device, una connessione e una buona capacità tecnica per orientare la percezione della realtà di milioni di persone.
Questo vale tanto per la propaganda politica quanto, più in generale, per l’informazione e la comunicazione online e offline. Il rischio dietro l’angolo è un governo della “verità percepita” a scapito della verità fattuale e l’accentramento nelle mani di pochi di una nuova forma di potere manipolativo.
Senza consapevolezza, senza cultura ed educazione al mondo digitale, gli utenti del web rischiano infatti sempre di più di diventare dei soggetti manipolabili, della “carne da propaganda”.
Per noi di AerCast questo è un tema etico profondo, che ci porta a scegliere con cura i contenuti che veicoliamo, le realtà che promuoviamo e i professionisti dei quali ci serviamo.
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